|
Un festival del jazz si può fare in modi e con fini diversi.
A criteri nostalgici o di puro revival, si affiancano, a volte, modalità informative e – più frequentemente –
turistico-spettacolari. Ma, a monte di queste distinzioni, il fiorire crescente di iniziative jazzistiche sull'intero
territorio nazionale, in particolare nella stagione estiva, fa sorgere una domanda pregiudiziale. Si giustifica ancora, a
106 anni dalla pubblicazione di Maple Leaf Rag di Scott Joplin, l'allestimento di un festival del jazz, vasto o ristretto,
nazionale o internazionale, in qualsiasi modo orientato? Di una rassegna, cioè, il cui genitivo definisce una
specializzazione che esclude tutti gli altri "settori" della musica contemporanea?
Gli stessi solisti afroamericani sono da lungo tempo inclini a rifiutare il termine "jazz", non solo perché la si
considera una parola inventata dai bianchi per designare (e "controllare") una creazione nera, ma anche per ragioni più
intrinseche alla musica stessa. «Il jazz – sosteneva Albert Ayler – appartiene a un'altra era, un altro tempo, un altro
luogo. C'è la musica e ci sono gli esseri umani: questo è tutto. Mia madre non ha messo al mondo un musicista di jazz,
ma un essere umano. Questo è ciò che io suono: musica umana». E Ornette Coleman incalza: «Io non scrivo mai della musica
che si possa catalogare sotto questa o quella forma, non faccio pezzi deliberatamente sinfonici, jazzistici o altro.
Cerco semplicemente di comporre ciò che a me sembra buona musica».
E tuttavia, qualunque sia l'etichetta attraverso cui si intenda definirle, le sonorità che recano l'impronta culturale
del popolo nero d'America costituiscono l'alfabeto musicale del nostro tempo o, perlomeno, la sua cifra più
rappresentativa. Giacché è possibile, nei momenti di maggiore tensione creativa, cogliere in questa musica il tormento
dell'uomo contemporaneo, il senso di alienazione sovente e stranamente mescolato all'ansia di comunione, lo spirito
rabbioso di rivolta altrettanto contraddittoriamente intrecciato al desiderio di pace.
Ancora "tenera è la notte" di Francis Scott Fitzgerald, e alle forze della notte occorre arrendersi per entrare nella
città del jazz...
Semmai andrebbero moltiplicati gli appuntamenti in maniera più capillare, vale a dire non legandoli a scadenze meramente
turistiche, bensì disponendoli lungo l'arco di un intero anno. Ed è quello che – come Jazzflirt – ci siamo sforzati di
fare, a partire dal primo concerto della scorsa estate, seguito da un secondo nel mese di dicembre, da un seminario sugli
stili del jazz e da una rassegna di film dedicati a questa musica, durante la stagione primaverile.
Il festival di questa estate è il primo organizzato dalla nostra associazione: una rassegna che, oltre alla
manifestazione più strettamente musicale con artisti di statura internazionale, offre l'opportunità di mostre
fotografiche, presentazione di film, partecipazione a un seminario sul jazz, allestimenti scenici negli spazi adibiti ai
concerti (con l'intenzione e l'auspicio – nelle prossime edizioni – di inoltrarci nelle regioni contigue della
letteratura).
Non ci anima l'idea di un ritorno "puristico" alle origini (che suonerebbe anacronistico, oggi), eppure siamo
consapevoli che il sentimento del jazz, come adesione totale a un mondo che scava alle radici la memoria del tempo della
propria libertà, rinvia ininterrottamente a una cognizione del dolore che si traduce, nel contempo, in un'aspirazione
comune a vincere la pena e la solitudine dell'esistenza, che sono anche condizione di storia.
È allora che la musica può scorrere come un fiume lucente, nel silenzio della nostra profondità dischiusa. Sta a noi
saperla ospitare, a ogni timore, nostalgia o gioia che ci accadrà di provare, a ogni desiderio da esaudire, a ogni intimo
segreto da proteggere.
|